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Martedì 27 Giugno 2017 - Direttore Responsabile Salvatore Calà
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il cantaro siciliano, detto anche pitale
 
IL CANTARO SICILIANO, DETTO ANCHE PITALE
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FONTE NOTIZIA: Salvatore Calà
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Il “cantaro” siciliano. Il “cantaro” detto anche “ pitale” era un vaso di terracotta con i manici alto circa 30 cm, utilizzato dagli antenati siciliani come gabinetto. Il termine càntaro deriva dal greco Kantharos, coppa da vino caratterizzata da due alte anse. L’origine del nome potrebbe essere riconducibile all’antica unità di misura siciliana del cantàro, qualcuno ipotizza infatti che i primi vasi da notte avessero la foggia di quel recipiente e la spropositata capacità di circa 79 kg cioè di un cantàro.

Le modalità di utilizzo del càntaro variavano a seconda delle condizioni di vita, del luogo e dell’estrazione sociale. Una delle più comuni soprattutto nelle case di campagna prevedeva l’allocazione del càntaro all’interno di una spartana stanzetta umida e semibuia con una botola sul pavimento direttamente collegata alla sottostante stalla.

Unico accessorio in quella stanzetta priva di arredo, una “pezza” appesa ad un chiodo nelle immediate vicinanze del pitale che aveva la funzione dell’attuale carta igienica con la sostanziale differenza che di igienico aveva ben poco. La stessa “pezza” veniva utilizzata da tutta la famiglia e cambiata solo una volta al giorno, e solo il primo, il più veloce trovava il canovaccio lindo di bucato.

A riguardo sono rimaste alcune espressioni nella tradizione popolare siciliana quale ad esempio “Si na pezza i cantru” (Sudicio, sporco come uno straccio di fine giornata), o anche “Chidda hav'a 'ucca quant'an cantru” (Quella ha la bocca grande come un orinale), oppure “Chidda hav'a 'ucca ca pari 'n cantru” (Quella ha la bocca sporca come un orinale cioè parla in modo volgare), utilizzate come metafora nelle varie declinazioni della vita quotidiana. Le funzioni di gabinetto ai tempi dei nostri bisnonni erano espletate in maniere alternative rispetto al luogo in cui si presentava la “necessità”, il più delle volte avveniva all’aperto possibilmente schermati da pale di fichidindia o da cespugli di oleandri, e per la pulizia personale si avvalevano di foglie, di ramoscelli, ed in casi estremi anche di terriccio.

Ma nelle abitazioni cittadine il càntaro era un oggetto personale, posizionato nella parte inferiore del comodino accanto al letto, che veniva svuotato soltanto al mattino. Nelle case padronali esisteva un locale bagno nel quale il càntaro era incorporato in una struttura in legno, una sorta di panca forata con il piano ribaltabile al cui interno era alloggiato il pitale, un modello che potremmo definire un antesignano del moderno wc. Nel tempo con l’avvento delle fognature e dell’acqua corrente nelle abitazioni, il càntaro ha cambiato la sua destinazione d’uso diventando un delizioso complemento d’arredo presente in molte case di villeggiatura, realizzato in ceramica pregiata dipinta a mano. Tra i paesi produttori più noti di questo particolare vaso citiamo Caltagirone, Burgio e Santo Stefano di Camastra dove è possibile trovare un’ampia scelta di decori tipici della tradizione siciliana.
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