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Giovedì 19 Ottobre 2017 - Direttore Responsabile Salvatore Calà
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il fenomeno del mobbing
 
IL FENOMENO DEL MOBBING
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FONTE NOTIZIA: Salvatore Calà
Salute & Benessere, Q-MAGAZINE

Con la parola mobbing si intende una forma di terrore psicologico sul posto di lavoro, esercitata attraverso comportamenti aggressivi e vessatori ripetuti, da parte di colleghi o superiori. La vittima di queste vere e proprie persecuzioni si vede emarginata, calunniata e criticata: le vengono affidati compiti dequalificanti, viene spostata da un ufficio all’altro o è sistematicamente messa in ridicolo di fronte a clienti o superiori. Nei casi più gravi si arriva anche al sabotaggio del lavoro e ad azioni illegali. Lo scopo di tali comportamenti può essere vario, ma sempre distruttivo: eliminare una persona divenuta in qualche modo “scomoda”, inducendola alle dimissioni volontarie o provocandone un motivato licenziamento.

Il mobbing si manifesta come un’azione (o una serie di azioni) che si ripete per un lungo periodo di tempo, compiuta da uno o più mobber per danneggiare qualcuno (il mobbizzato), in modo sistematico e con uno scopo preciso. Il mobbizzato viene letteralmente accerchiato e aggredito intenzionalmente (il verbo inglese to mob significa “assalire”, “aggredire” “affollarsi attorno a qualcuno”) da aggressori che mettono in atto strategie comportamentali volte alla sua distruzione psicologica, sociale e professionale.

Il mobbing è un fenomeno sociale : non può avvenire da solo, ma è causato, subito o favorito da esseri umani. Esso è un’azione aggressiva, che vede necessariamente due attori: l’aggressore, o mobber, e la sua vittima, o mobbizzato. Nella stragrande maggioranza dei casi attorno a loro c’è un numero variabile di persone. Queste possono fare da semplice sfondo oppure parteggiare apertamente per una delle due parti.
Il tratto tipico del mobbizzato è l’isolamento. In effetti, molte persone colpite si chiedono ancora oggi cosa mai avessero fatto di male, cosa fosse o sia così sbagliato nel loro comportamento da provocare questo odio degli altri nei loro confronti.

Il mobber invece, ha veramente milioni di motivi per perpreatre la sua azione: paura di perdere il lavoro o la posizione duramente guadagnata o essere surclassato ingiustamente da qualcun altro più giovane o più qualificato; o semplice antipatia o o intolleranza verso qualcuno con cui è costretto a convivere otto ore al giorno.

Gli spettatori, invece, sono tutte quelle persone, colleghi, superiori, addetti alla gestione del personale che non sono coinvolte direttamente nel mobbing ma che in qualche modo vi partecipano, lo percepiscono, lo vivono di riflesso. Se uno spettatore non agisce, spesso si può tramutare in un altro temibile aggressore. Come dice un noto proverbio, “il ladro non è solo chi ruba, ma anche chi gli regge il sacco”: ebbene, un collega che assiste al mobbing e non lo denuncia o cerca di interromperlo in qualche modo può diventare lui stesso un mobber di riflesso, ossia un  side-mobber : egli infatti favorisce il mobbing con la sua indifferenza e la sua non disponibilità a intervenire.

È difficile poter stilare una casistica di vittime, di trovare cioè la persona caratterialmente più propensa a essere mobbizzata, ma la vittima potrebbe essere chiunque. L’impiegato in carriera, che oggi è una persona forte e combattiva, oppure l’operaio capace che oggi svolge il suo lavoro alla catena di montaggio senza errori, potrebbe esssere domani una vittima di mobbing.

Per quanto riguarda i danni, esso ha effetti devastanti sulla persona colpita, che viene danneggiata psicologicamente e fisicamente. I soggetti mobbizzati mostrano alterazioni dell’equilibrio socio-emotivo (ansia, depressione, ossessioni, attacchi di panico), alterazioni dell’equilibrio psicopatologico (cefalea, vertigini, disturbi gastrointestinali, disturbi del sonno e della sessualità) e disturbi a livello comportamentale (modificazioni del comportamento alimentare, reazioni autoaggressive ed eteroaggressive, passività).
In concusione potremmo affermare che il mobbing non è un problema medico, né tantomeno psichiatrico: non è una malattia della persona, ma al limite una malattia dell’ambiente di lavoro.
Oriana Fiorito
 
[1]
 

[1] Ciappi S., Pezzuolo S.(a cura di) (2014). Psicologia giuridica. La teoria, le tecniche, la valutazione, Hogrefe, Firenze.
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